Cosa c’entra un articolo – o meglio, una serie di articoli – dedicati ad uno degli scandali più gravi del nostro Paese in un sito dedicato a fatti di calcio, ed in particolare alla Juve?
C’entra, eccome, sebbene il calcio sia solo uno dei tanti settori toccati da questo caso di cronaca giudiziaria spesso sottaciuto dai grandi media, in maniera pressochè inspegabile se si considera la portata degli eventi che andremo a raccontare.

Per poter comprendere appieno il senso di questo resoconto, e come una vicenda degna dei romanzi di spionaggio di John Le Carrè si innesti con le tristemente note vicende calcistiche del 2006, è necessario fare un passo indietro.

Novembre 2003, Milano. Tutto nasce da un’indagine apparentemente innocua, un caso come tanti altri di corruzione in gare d’appalto che vede coinvolte alcune agenzie di vigilanza privata.
Nel corso dell’inchiesta gli inquirenti si imbattono tuttavia in alcuni particolari inquietanti: gli indagati sembravano conoscere anticipatamente le mosse della Procura, da qui nasce il sospetto che ci fossero nel palazzo di giustizia delle talpe disposte a passare informazioni alle persone sotto indagine. Si scoprirà poi, nel filone d’inchiesta che porterà al patteggiamento di alcuni degli indagati, che tra le talpe vi era addirittura un giudice.

Dal 2003 al maggio del 2005 il passo è breve per i tempi della giustizia italiana. Entra in scena Giuliano Tavaroli, ex carabiniere, già capo della security Telecom, tirato in ballo da alcune intercettazioni tra altri soggetti indagati che lo rappresentano come colui in grado di far trapelare informazioni dalla Procura. Con lui è indagato anche Emanuele Cipriani, amico di lunga data del Tavaroli e investigatore privato a capo dell’agenzia Polis D’Istinto. Lo scandalo dirompe in tutta la sua portata: vengono effettuate perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni dei due. Viene anche formalizzata l’accusa: associazione a delinquere finalizzata alla violazione del segreto istruttorio. Sul punto gli inquirenti, nel più assoluto ermetismo, lasciano però filtrare qualche dettaglio: nella loro ricostruzione, gli associati avevano tutti i poteri del caso per effettuare vere e proprie attività di spionaggio e dossieraggio illeciti, oltre ad aver accesso ad una miriade di dati sensibili.

Per cogliere appieno la delicatezza del ruolo di Tavaroli, basti qui rammentare che egli era anche il responsabile del CNAG (Centro Nazionale Autorità Giudiziaria) cioè l’ente che gestisce le intercettazioni ordinate dalla magistratura.

La Telecom, nell’occhio del ciclone, reagisce in maniera curiosa: il presidente Tronchetti Provera solleva Tavaroli dall’incarico, salvo assumerlo nell’organigramma Pirelli. Cambia pochissimo, percchè Tronchetti possiede Pirelli che a sua volta controlla Telecom.
Dalle perquisizioni emergono alcuni dvd contententi centinaia di dossier protetti da password. Il Cipriani collabora con gli inquirenti fornendo le chiavi d’accesso.

Si spalanca per i PM la prima finestra sulla reale estensione dell’inchiesta, che nel frattempo vede coinvolta anche la procura di Roma. Tra gli spiati vi sono esponenti di spicco del mondo finanziario (Cesare Geronzi e figlie), politici (Alessandra Mussolini, Piero Marrazzo, Aldo Bracher, Roberto Calderoli), giornalisti (Travaglio e Beppe Grillo), dirigenti sportivi, arbitri e calciatori (Luciano Moggi, Franco Carraro, Massimo De Santis, Bobo Vieri, Vladimir Jugovic).

Telecom è sempre più sulle spine, sebbene per il momento i vertici societari non siano direttamente coinvolti: l’audit interno promosso dallo stesso Tronchetti dà risultati sconcertanti. Viene appurato che era possibile accedere ai tabulati senza lasciare traccia nel sistema, così come era perfettamente possibile introdursi all’interno della banca dati del traffico telefonico.
Paradossalmente, l’internal audit in questione è compiuto da Fabio Ghioni, responsabile Telecom per il controllo interno. Di lì a poco proprio Ghioni verrà arrestato in quanto presunto capo del c.d. Tiger Team, ossia un gruppo di specialisti della security informatica con accesso a tutti i sistemi e dedito, per l’appunto, allo spionaggio industriale (ma anche, come vedremo, al incredibili operazioni di controspionaggio).

Per gli inquirenti lo scenario non è ancora chiaro: servirebbe qualcuno disposto a vuotare il sacco. Entra in scena Adamo Bove, capo della security TIM, secondo alcuni vero capo delle operazioni di spionaggio. Bove è disposto a raccontare tutto ai magistrati, ma prima che ciò accada, il 21 luglio del 2006 questi precipita da un viadotto a Napoli, perdendo la vita in un suicidio dai contorni ancora indefiniti.

Non è finita: emergono contatti telefonici e fisici tra Cipriani, Tavaroli e tale Marco Mancini, agente dei servizi segreti italiani e già indagato (poi condannato) per il caso Abu Omar.

Intercettazioni, dossier, politica, finanza, sport, servizi segreti, hacker e un misterioso suicidio, il tutto partendo da una indagine tutto sommato marginale e limitata all’hinterland milanese.

L’inchiesta subisce una brusca accelerazione: l’11 settembre 2006 Tronchetti si dimette da presidente Telecom, apparentemente per alcuni screzi con il governo.
Il 20 settembre partono le ordinanze di custodia cautelare, 21 le persone colpite, numero destinato ad aumentare in seguito. Fra questi i già nominati Tavaroli, Mancini, Cipriani, Ghioni, ma nessuno dei vertici dirigenziali Telecom. Secondo il Gip l’attività di spionaggio sarebbe stata infatti slegata da direttive degli apicali, trovando piuttosto il proprio ambito negli interessi personali dei soggetti coinvolti. Da qui, oltre all’accusa di associazione a delinquere, quella di appropiazione indebita.

Per meglio comprendere il senso di queste affermazioni, dobbiamo in primis contestualizzare l’attività di spionaggio illecito: per capire se tale operazione poteva o meno andare a vantaggio dei vertici Telecom e, conseguentemente, di Pirelli ed Inter che risultano tutte fortemente collegate.

Senza voler dare giudizi che non ci competono, ci limitiamo a portare dei dati di fatto.

Tronchetti è azionista di maggioranza Pirelli, all’epoca era presidente Telecom, è sponsor e consigliere d’amministrazione dell’Inter. Buora, all’epoca vice-presidente Telecom, ricopriva la stessa carica nell’Inter. Moratti è consigliere d’amministrazione e azionista Pirelli.
Guido Rossi, ex membro del Cda dell’Inter, andrà a sostituire Tronchetti in presidenza Telecom.

Bridgestone è una concorrente di Pirelli, l’autorità dell’Antitrust aveva recentemente multato Telecom dopo una denuncia di Fastweb, Telefonica era una concorrente di Telecom, la Juventus era una rivale dell’Inter (abbiamo limitato l’elenco per ragioni di mera leggibilità).
Persone in posizioni rilevanti appartenenti a queste società o enti sono state “spiate”. Che tali attività siano inconciliabili con logiche di natura concorrenziale appare difficile da pensare.

Fatto sta che a processo sono andate tante persone (peraltro molti hanno scelto la via del patteggiamento, riconoscendo la propria colpevolezza; tra questi Tavaroli e Ghioni, ma non Cipriani), ma i vertici Telecom dell’epoca non sono stati sfiorati. O meglio, così si pensava, poichè da un lato si è arrivati – siamo al 28 maggio 2010 – alla prima sentenza, quella degli imputati che hanno scelto di patteggiare la pena: sentenza che condanna gli imputati, ma esclude il capo d’imputazione dell’appropiazione indebita. Ergo, i vertici aziendali non sono soggetti passivi del reato, ed infatti il Gup Pasaniti dà anche una “tirata d’orecchie” ai PM milanesi, rinviando il materiale d’inchiesta alla Procura affinchè le indagini vengano allargate a Tronchetti e Buora. 
Tirati per la manica dal Gup, i PM Napoleone, Civardi e Piacente sfoggiano un colpo a sorpresa, l’ultimo (per ora) di questa incredibile e intricatissima vicenda: Tronchetti e Buora sono sotto inchiesta, per l’ipotesi di reato di associazione a delinquere finalizzata agli accessi abusivi informatici e alla corruzione di pubblici ufficiali, cioè lo stesso capo d’imputazione contestato a Tavaroli&Co.
Con una differenza, cioè che il filone d’inchiesta non è esattamente il medesimo, ma proviene da un’indagine iniziata dalla procura di Roma e assegnata per competenza territoriale a Milano relativa all’illecito utilizzo del sistema Radar che permetteva all’operatore di interrogare il sistema dei tabulati telefonici senza lasciare tracce. Con conseguente ipotesi di responsabilità aziendale.
Una scelta, quella dei PM, di agire nell’ombra tenendo l’indagine a carico degli apicali Telecom all’oscuro sia del Gup che delle parti processuali che getta un’ulteriore punto interrogativo sullo scandalo degli spioni.

Abbiamo iniziato un paio di settimane fa un cammino atto a far luce piena, nei limiti delle nostre capacità, sui lati oscuri riguardanti lo scandalo Telecom che solo chi non vuole vedere non riesce ad accomunare al mondo del calcio, in particolare a Calciopoli. In nome del nostro motto, CONTRO OGNI FORMA DI DISINFORMAZIONE, è stata fatta già una rivisitazione dell’aspetto sportivo datato estate 2006, ma per farsi un’idea delle cose bisogna analizzare tutto a 360 gradi. Dunque, per chi ancora non l’avesse fatto, si legga prima l’introduzione di questa nuova inchiesta, e poi ci si butti nella lettura di quanto segue.

DANILO NUCINI E LA JUVE

Deposizione a Napoli del 26-06-2009

I miei rapporti con i designatori, a partire da Casarin, passando per Baldas fino al duo Bergamo-Pairetto, sono sempre stati pessimi, non c’era meritocrazia.

[...]

In un Juventus Bologna del 2000/2001 ho deciso a 9 minuti dal termine che c’era un rigore per il Bologna. Cruz lo sbaglia. E’ successo un finimondo. A Coverciano Pairetto contestò la mia decisione “Vedi, il tuo fischio arriva qualche secondo in ritardo quindi non è credibile”. Dissi “Evidentemente sono l’uomo nel posto giusto al momento sbagliato” Fui sospeso per 40 giornate. Non chiesi spiegazioni.

[...]

Ricordo anche un momento in cui ho detto “adesso basta”. Un giocatore del Chievo prende la palla con il petto e l’arbitro Bolognino fischia il rigore alla Juventus. A quel punto mi sono annotato tutti gli episodi di quella stagione, ed è risultato che SE SBAGLIAVI A FAVORE DELLA JUVE ARBITRAVI IN A, SE SBAGLIAVI CONTRO LA JUVE, ANDAVI IN B

[...]

Durante il controesame presieduto dall’avvocato Morescanti, è stato certificato che la sospensione fu di appena 15 giorni e non 40, come praticamente accade ad ogni arbitro che si rende protagonista di errori evidenti durante la conduzione di una gara. Fra l’altro l’avvocato Trofino depositò agli atti un articolo de Il Corriere della Serache, come tutti i quotidiani, quel giorno diedero voti scadenti all’arbitro in questione.
Quali episodi Nucini annotò nel suo dossier? Tutti quelli giudicati come faceca il Colonnello Auricchio: quelli che sposavano una certa tesi si, gli altri no, e ovviamente come prova venivano consultati articoli di determinati quotidiani.

DANILO NUCINI E FACCHETTI

Deposizione a Napoli

In Inter – Udinese del 2001/2002 in un momento di grande pressione della squadra ho fischiato un fallo contro e il giocatore Di Biagio mi contestò la decisione. Gli dissi: Gigi non toglierla perchè sennò devo ammonirti. Lui non se la tolse.[...] Dopo avermi visto contestare l’osservatore, Facchetti mi chiamò il giorno dopo per chiedere spiegazioni e mi fece i complimenti.

[---]

Alla fine della stagione 2001/2002 Facchetti mi disse: io e te dobbiam parlare Nucini, parlare perchè la situazione qui non va bene. E così andai da lui e gli raccontai tutto quello che avevo annotato.. Abbiamo cercato di avere, per il possibile, di avere più informazioni possibili su come gestivano..lui mi consigliò di farmi vedere amico.

In tutti questi anni, a Moggi e in generale alla Juventus sono state mosse tutte le critiche possibili e immaginabili, soprattutto sul rapporto ISTITUZIONALE con i designatori; rapporto fra l’altro lecito a quei tempi. Sul rapporto Nucini-Facchetti, e lo schiavismo dell’arbitro nei confronti del presidente di una società, silenzio assoluto da parte di inquirenti e organi d’informazione. C’est la vie…

DANILO NUCINI, L’INCONTRO CON MOGGI

Danilo Nucini a Borrelli nel 2006

Era il 25 marzo del 2003. Fabiani mi telefona e mi fissa un appuntamento, a Bergamo, di fianco all’hotel Cristallo Palace (…)”. L’incontro si risolve con poche parole (“mi dice che se mi dimostro loro amico arbitrerò in serie A”) e con la promessa di rivedersi.

  1. 25 settembre alle 17.30, Fabiani mi chiama e fissa un secondo appuntamento a Torino. Quando Moggi lascia la stanza, Fabiani mi consegna una scheda telefonica e mi invita a comunicare con lui solamente tramite quella”. “Sono ripartito da solo per tornare a casa. Ho preavvertito Facchetti che dovevo

assolutamente vederlo perché ero arrivato al cuore del problema. Subito dopo aver parlato con Facchetti buttai la scheda anche se della stessa ho annotato il numero.

“Con Facchetti mi vidi nei primi giorni di ottobre, a casa sua, a Cassano D’Adda. E a Facchetti raccontai tutto. (…) Mi disse che tutto andava denunciato. Su questo concordammo anche se le nostre opinioni divergevano sulle modalità della denuncia”.

“Facchetti non intendeva scoprirsi, e questo non per mancanza di coraggio personale ma solo perché un suo coinvolgimento avrebbe coinvolto l’Inter in un ginepraio di polemiche che avrebbero finito per danneggiare la società (…)”. “Discutemmo a lungo… poi le nostre frequentazioni si diradarono fino ad interrompersi”.

A questo punto i fatti ci dicono che Nucini venne convocato dal PM Bocassini, della Procura di Milano. La Bocassini aveva aperto un fascicolo sulla base di un’esposto (dell’Inter?). Davanti alla Bocassini, Nucini non parla e l’inchiesta viene archiviata.
A Napoli Nucini conferma quanto detto, salvo ritrattare sulla SIM, dicendo di aver ricevuto un paio di chiamate da Fabiani e poi averla buttata (ha l’arma del “delitto”, potrebbe fornirla al suo padroncino, e la butta!!! Pretende pure che qualcuno gli creda?). Fondamentale la collocazione temporale dell’incontro con Moggi, come vedremo ANCHE in seguito, perché prima di passare ad altro c’è un “piccolo” particolare da attenzionare: come si evince dalle deposizioni, la SIM a cui fa riferimento Nucini è italiana e non straniera, ma la cosa ancora più assurda è che questi avrebbe, prima di sbarazzarsi della scheda, annotato il numero della stessa e l’avrebbe dato a Facchetti senza comunque tenersene traccia lui stesso: una barzelletta, di fatto.

 

DA FACCHETTI A MORATTI E TAVAROLI

Moratti a Borrelli nel 2006

Temevo che fosse una trappola. Ricordo che Facchetti mi disse che Nucini gli aveva raccontato di essere stato una volta accompagnato al cospetto di Moggi a Torino dove quest’ultimo gli aveva offerto la disponibilità di un’utenza telefonica cellulare riservata. Ritenni opportuno fare delle verifiche in merito e a tal fine mi rivolsi al Tavaroli che conoscevo quale persona capace che curava la sicurezza per la Pirelli. Intendo precisare che il coinvolgimento di Tavaroli fu da me ritenuto utile per tutelare Facchetti affinché questi non compisse passi falsi nel rapporto con Nucini (…). Non ho mai dato alcun mandato a Tavaroli per redigere un dossier sull’arbitro De Santis, né ho mai visto alcun documento in merito. Ho appreso solo dalla lettura dei giornali dell’esistenza del dossier Ladroni e mi sento di escludere che un simile mandato possa essere stato dato da Facchetti.

Stando alla ricostruzione di Moratti, la chiamata in causa di Tavaroli è successiva alle dichiarazioni di Nucini ed ha l’unico scopo di proteggere Facchetti. Inoltre afferma di non aver mai dato mandato a Tavaroli per redigere i vari dossier.

TAVAROLI E I DOSSIER

Tavaroli ai PM della Procura di Milano, e a Telelombardia il 5 giugno 2010

Alla fine del 2002 dopo essere stato contattato dalla segreteria di Massimo Moratti, incontrai Moratti e Facchetti presso la sede della Saras.

Facchetti rappresentò a me e a Moratti di essere stato avvicinato da un arbitro della delegazione di Bergamo che in più incontri aveva rappresentato un sistema di condizionamento delle partite di calcio facente capo a Moggi ed avente come perno l’arbitro Massimo De Santis.

Facchetti non fece il nome dell’arbitro che lo aveva avvicinato anche se successivamente emerse che si trattava di Nucini.

De Santis gli aveva altresì raccontato di aver migliorato la sua posizione economica e di aver acquistato una bella casa a Roma e un’auto di lusso, facemmo delle verifiche sui profili patrimoniali.

Facchetti mi disse che l’arbitro gli aveva raccontato i fatti in cambio di un favore da parte dell’Inter, un posto nella società nerazzurra, aggiungendo che era disposto a denunciare.

Chiesi ad Adamo Bove di verificare i numeri dati da Moggi all’arbitro per vedere se fossero riconducibili a personaggi del mondo del calcio. Bove confermò. Cipriani redasse un report: “Operazione ladroni”.

Secondo Tavaroli il tutto avvenne alla fine del 2002, e non del 2003 come affermato da Nucini e Moratti. Questa discrepanza temporale è imporatantissima poichè significa che sul punto qualcuno ha mentito ai magistrati. Per capire chi è necessario rifarsi al capitolo successivo. Ovviamente Tavaroli dice chiaramente che è stato Moratti a dargli mandato, e che conosceva già la Polis d’Istinto. Inoltre a Telelombardia afferma di aver avuto frequenti contatti con Facchetti. Aggiungiamo che presso la Worldwide Consultant Security, una delle società estere messe in piedi da Cipriani per ricevere i pagamenti, furono trovate ricevute di pagamento intestate a F.C. Internazionale Milano del 2001 e relative all’affaire Vieri, il che testimonia che l’Inter si era già servita di Cipriani.

DOSSIER LADRONI E COMO

Articolo di Gian Marco Chiocci per Il Giornale del 12 maggio 2006

Con il presente report Prima Parte siamo a riportare quanto emerso dall’attività di intelligence attualmente in corso (siamo nel febbraio 2003, ndr) a carico del De Santis Massimo e della di lui coniuge (…) sviluppata, giuste le motivazioni di incarico, al fine di individuare eventuali “incongruità” in particolare dal punto di vista finanziario/patrimoniale a carico del soggetto di interesse, oltre a collegamenti con Fabiani Mariano e Pavarese Luigi..

Dichiarazione del 22 giugno 2006 di Caterina Plateo (dipendente Telecom, segretaria di Adamo Bove) ai carabinieri

La documentazione che mi mostrate è relativa agli sviluppi sul traffico telefonico in entrata e uscita su utenze intestate a Federazione Gioco Calcio, Enrico Cennicola, Football Management, Juventus f. c., Gea World. È la “Pratica Como”. Mi fu richiesta da Adamo Bove l’11 febbraio 2003. Non so che uso ne abbia fatto e la dicitura “pratica Como” era un promemoria solo a lui noto

[..] dai progressivi 112 al 119 con tutte le telefonate della Juventus di Luciano Moggi, la Gea ma anche del guardalinee Enrico Ceniccola, finito nell’inchiesta di Napoli per la partita Lecce-Juve 0-1. Chiesi a Adamo dove finivano quest’ultimi elaborati, ottenendo come risposta che di questo non dovevo preoccuparmi.

Dunque, andiamo per ordine.Nucini dice di essersi incontrato con Moggi nel settembre 2003, di aver gettato (motivazione misteriosa e inspiegabile che fa perdere di credibilità il racconto dell’episodio, a maggior ragione considerando la sequenza temporale di determinati eventi del tutto incongruente con tali dichiarazioni) la SIM, ma non si capisce bene se dopo averla usata o no. Secondo Tavaroli, invece, il presunto (tale perché non trova riscontro in altre circostanze se non nel carente racconto di Nucini) contatto avvenne alla fine del 2002, cioè un anno prima di quanto dichiarato dall’ex arbitro; facile capire chi dice il vero e chi no, basti guardare la data dei dossier: questi risalgolono al febbraio 2003. Moratti, di suo, dice di non aver dato mandato a Tavaroli per nessuna indagine, ma le circostanze lo smentiscono inesorabilmente.Inoltre Tavaroli parla di un’offerta di lavoro dell’Inter a Nucini in cambio di una sua deposizione, ma Nucini a Napoli dice che fu un’iniziativa di Facchetti e che lui rifiutò. In ogni caso, Nucini davanti ai PM di Milano (innescati dall’Inter) fece scena muta.
Come già detto, il dossier Como è del 2003 e fu commissionato dall’Inter, e qui non si tratta di indagini patrimoniali ma di intercettazioni e tabulati. Perciò quando Moratti dice di aver fatto il tutto per proteggere Facchetti non è più credibile. A questo punto entra in ballo la sentenza Pasaniti che addossa la responsabilità ai vertici Telecom.

A seguire tre interessantissimi video in cui a parlare Tavaroli, soggetto tanto pronto alle apparenze in tv quanto terrorizzato ad apparire in aula per il processo di Napoli. In tali video si ascolta in parte quanto scritto nelle parole sopra:

Tavaroli, il racconto di Nucini ed il dossier su De Santis

Tavaroli “ci vedevamo spesso con Facchetti”

Cipriani sui dossier Vieri e De Santis

 

In data 26 Ottobre 2006 il Capo Ufficio Indagini, Saverio Borrelli, richiede alla Procura di Milano (ma c’era già stato un contatto risalente a settembre) la documentazione relativa alle dichiarazioni di Tavaroli nell’affaire pedinamento – Vieri e non solo, in particolare “quante volte e in quali occasioni il Tavaroli sia stato incaricato da dirigenti di società sportive di svolgere o far compiere accertamenti su arbitri e calciatori.“
 
Segnaliamo anche, come detto nella seconda puntata, che il 4 ottobre del 2006 Moratti era già stato sentito da Borrelli, ma la richiesta alla procura parte sulla base di “numerosi articoli di stampa“.
 
Borrelli, che all’atto di lasciare l’incarico di dominus dell’Ufficio Indagini esorterà Palazzi ad indagare a 360° per i fatti di Calciopoli, anche in questa occasione non riesce ad andare a fondo: il 19 marzo la Procura sportiva riceve le carte, ma il 22 giugno Palazzi archivia il caso: “il Procuratore federale, esaminata la relazione dell’ufficio Indagini sugli accertamenti richiesti dalla Procura federale in ordine a numerosi articoli di stampa riguardanti il comportamento di dirigenti della società Internazionale F.C. S.p.A. nei confronti dell’arbitro Massimo De Santis, dei calciatori Christian Vieri, Adrian Mutu, Luis Ronaldo Delima Nazario, Vladimir Jugovic e del tesserato Mariano Fabiani, ha disposto l’archiviazione del procedimento, non essendo emerse fattispecie di rilievo disciplinare procedibili ovvero non prescritte.”

L’avvocato Buongiorno, legale di Vieri, per due volte richiede senza successo il documento di archiviazione (27 settembre 2007 e 11 gennaio 2008) ma la deludente risposta di Palazzi arriva solo il 18 febbraio 2009. Palazzi diniega il rilascio di copia della motivazione del procedimento di archiviazione, adducendo da un lato che “in considerazione del contenuto dello stesso, che riguarda una molteplicità di soggetti, le cui posizioni sono da una parte autonome rispetto al Suo assistito e, d’altra parte, sono intimamente connesse con la stessa[..] l’apposizione degli omissis necessari comporterebbe uno stravolgimento e una difficile intellegibilità dell’atto. Ciò premesso questa Procura non può accogliere la sua istanza“.

 In particolare Palazzi non deferisce perché: 

1) alcuni fatti sono caduti in prescrizione 
2) altre fattispecie non sono procedibili
 
Sul punto 1) c’è poco da discutere, se non che nessun media si è stracciato le vesti per l’intervenuta prescrizione, laddove quando fu la Juventus a beneficiarne nel processo per abuso di farmaci si parlò apertamente di “assoluzione per prescrizione”. Alla faccia della presunzione d’innocenza.

 

Concentriamoci ora sul punto 2). L’improcedibilità in questo caso è dovuta dalla scomparsa di Giacinto Facchetti, ne consegue per l’appunto che il deferimento sarebbe scattato con il Cipe ancora in vita. A scaricare la responsabilità sul Cipe è tra l’altro lo stesso Moratti, affermando sibillino che “l’affare Nucini e tutto quello che è venuto dopo lo ha seguito Giacinto”. Secondo Moratti è Moggi con il suo pool difensivo ad infangare il nome di Facchetti, ma a noi pare che in realtà sia qualcun altro a puntare il dito.
 
Nella seconda puntata della nostra analisi abbiamo appurato che uno tra Tavaroli (ai magistrati penali) e Moratti (all’Ufficio Indagini Figc) mente: vediamo cosa ne pensa a riguardo proprio un giudice penale.

 

Moratti mente a Borrelli, oppure fu effettivamente Facchetti a seguire tutto? Tronchetti e Buora, che con Moratti costituiscono il cordone ombelicale tra Inter e Telecom, passando per Pirelli, potevano non sapere?
 
Parole e musica di Mariolina Panasiti, giudice dell’udienza preliminare al processo Telecom: 
 
“Che Ghioni avesse agito di sua iniziativa è palesemente inverosimile, che Tavaroli gestisse pratiche di quel genere nel suo interesse è parimenti altamente improbabile[...]La ricostruzione degli avvenimenti fornita dai pm e da Telecom e Pirelli è risultata nettamente smentita dall’incartamento processuale. Le due aziende sono pervenute ad una sostanziale accettazione delle contestazioni accedendo all’applicazione delle sanzioni pecuniarie[...]I bilanci sono stati approvati regolarmente secondo i meccanismi gerarchici fino ad arrivare ai consigli di amministrazione. In questi sedevano il presidente Marco Tronchetti Provera e l’amministratore delegato Carlo Buora. Bilanci approvati senza alcun rilievo di sorta,[...] passando da 10 milioni di euro a 50/60 milioni di euro, fino a toccare i 120 milioni di euro nell’anno 2004.”
 
“Quello che si e’ verificato e’ stata molto semplicemente la esecuzione capillare di operazioni di ‘spionaggio’  di [...] vari personaggi della vita pubblica, politica ed economica italiana ritenuti ‘ostili’ alle due aziende, ovvero in particolare al Presidente Tronchetti Provera.[...]È mancata in atti proprio la prova, anzi si è positivamente formata prova contraria, che le manovre, per come contestate agli imputati Tavaroli, Iezzi, Ghioni, sul presupposto di una loro autonoma e autoreferenziale scelta di procedere all’acquisizione di informazioni, ovvero all’esecuzione di intrusioni informatiche all’unico fine di stornare risorse economiche dalle Società Telecom e Pirelli, non abbiano avuto la reale consistente indicata dal pm che in tal senso ha fatto proprie le tesi delle due Società.”
 
“Ne conseguiva che anche l’Inter, in quanto azienda del Gruppo, veniva tutelata e gestita, esattamente, come se fosse Telecom Italia, e, quindi, con una programmazione anche di attività di incursione su varie aree di queste aziende.”
 
Affermazioni lapidarie, e numeri spietati che lasciano pochi spiragli: l’entità degli esborsi che comportava l’attività di spionaggio non poteva passare in cavalleria, e la natura dei soggetti presi di mira è perfettamente cooincidente con le logiche concorrenziali del gruppo imprenditoriale. Gruppo che comprende anche l’Inter, che beneficiò di “attività di incursione”.
Poteva Facchetti organizzare tutto ciò da solo? Ne dubitiamo.
Come Palazzi possa essere rimasto ancora una volta inerte quando parte di questo materiale scottante era pervenuto sulla sua scrivania, è un mistero, ma è evidente l’apatia del super-procuratore quando l’inchiesta non riguardi la Juventus. Per contro, non si capisce davvero come possano ancora auto – definirsi onesti i dirigenti della seconda squadra di Milano.